La grande traversata, pt 2

Il cammino nel bosco non è particolarmente lungo, arriviamo finalmente ad una cresta dove da una roccia si ha un altro bel colpo d’occhio sulla valle, ma il meglio arriva subito dopo, una volta in cima al Montarlone, 1500 metri sul livello del mare.
Qui la vista spazia a 360 gradi sulla val Trebbia e sulla val d’Aveto. Dal Crociglia ai monti oltre Villa Cella, sui monti che conducono al Fregarolo e oltre, sui monti che accompagnano il corso del Trebbia e che conosco poco, ma riconosco l’inconfondibile Alfeo, il Lesima ed il Brallo. Peccato per la foschia, ma il panorama è davvero bello.
A questo punto è il momento della merenda, focaccia per tutti, un frutto, un sorso d’acqua e nuova foto ricordo. Adriano scende a vedere il percorso, noi godiamo della vista e cerchiamo di capire quali paesi sono di fronte a noi.
Dopo una decina di minuti ripartiamo, ma ci fermiamo immediatamente a parlare con un escursionista che sta arrivando da Lovari: viene da Alpepiana, avrà ad occhio ottant’anni, se ne ha di meno non li porta benissimo, dice di conoscere molte persone di Vico, ma non i miei compagni di avventura. Ma dai!
Visto che i discorsi vanno per le lunghe, con Franceschino e Adriano cominciamo ad allontanarci dando lo spunto agli altri di salutare il gitante.
Attraversato un bellissimo prato, ci dirigiamo verso il crinale che porta al passo di Vallersone: anche qui il sentiero non è segnato, ma non è particolarmente sporco, in compenso sono evidenti i danni provocati dai cinghiali. Ad un tratto arriviamo ad una sorta di bivio, qualche attimo di panico sino a quando non optiamo per scendere lungo un taglio di alberi che ci riconduce sul sentiero principale. A questo punto sentiamo delle voci e dopo pochi attimi ci ritroviamo su una carrareccia di fronte ad un gruppo di cinque gitanti. Ci dicono provenire da Casanova e che per andare alla nostra meta dovremo seguire questa strada e deviare all’altezza di un antenna che troveremo sulla destra. Ringraziamenti, saluti di rito e si riparte.
Da adesso in poi la nostra camminata è su una polverosa carrareccia che conduce verso Casanova sino al momento in cui non troviamo la famosa antenna e finalmente deviamo il nostro percorso verso Foppiano. Il sentiero è un poco di più all’ombra, fermiamo un cacciatore che sta scendendo col il suo pickup e ci dice che il bivio per Pietranera è poco dopo, si, poco più avanti, ma non arriva mai.
Finalmente arriva e a Foppiano troviamo l’asfalto. Nel frattempo Ricky ha chiamato i nostri autisti affinchè vengano a prenderci. No, non possiamo arrenderci cosi, manca un chilometro o poco più. Tempo pochi minuti e arrivano le due auto, Igor ci prende in giro dicendo che non ce l’abbiamo fatta, già, non ce l’abbiamo fatta o meglio, è l’una passata, siamo stanchi e abbiamo fame, chi se ne frega se non percorreremo l’ultimo chilometro di questa gita.
Due o tre minuti in auto e arriviamo a Pietranera, posteggiamo, cambio di maglie e di calzature, Adriano immerge le gambe nella fontana. Poi è pranzo, buon cibo, vino, risate e racconti, già, altri racconti, altre storie, come sempre.

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La grande traversata, pt 1

L’idea era nata lo scorso anno, il giorno della salita al monte Oramara: una lunga camminata da Vicosoprano, val d’Aveto, sino a Pietranera, val Trebbia, per pranzare alla Trattoria dei Cacciatori, un monumento della gastronomia di quella valle.
Nei primi giorni di vacanza ne riparlo con Ricky e Stefania; si può fare. Dell’organizzazione se ne incarica Ricky, in qualche modo originario del luogo.
Verificate le condizioni della caviglia della Steffi e trovati gli autisti per il ritorno, ci diamo appuntamento per il 23 agosto, a Vico, alle otto del mattino.
Io salgo di buon ora a Santo a comprare un po di focaccia per i compagni di gita e mi dirigo quindi verso l’altro lato della valle riuscendo ad arrivare quasi puntuale all’appuntamento.
Una volta posteggiata la Sedici, saluto qualche conoscente per strada e scopro che sono tutti al corrente della nostra escursione, quasi fosse l’evento dell’anno, forse è davvero l’evento dell’anno: una volta raggiunta l’abitazione di Ricky partiamo, subito.
Siamo la bellezza di otto, pensavo fossimo in quattro, massimo cinque e invece siamo il doppio, conosco tutti, vecchie conoscenze di gioventù e qualcuna più recente, bello e bella compagnia.
Come detto, partiamo: invece di prendere la comoda carrareccia per Pian Seiun, le guide locali imboccano uno stretto sentiero all’uscita del paese: è la vecchia strada dei pascoli, è sporca, peggio di molti sentieri asconesi, ma c’è e ci porta rapidamente oltre il pianoro alle spalle di Vico. In pochi minuti siamo alla Bocca della Selva, 1290 metri: qui il nostro cammino continua sul sentiero principale lasciando alla nostra sinistra la cresta che conduce alla vetta dell’Oramara.
La strada è larga, utilizzata dai trattori, non so quanti a dir la verità o dai mezzi che vanno nei boschi per il taglio della legna, ad un tratto una deviazione sulla sinistra ci immette su di un sentiero in salita che ci porta ad abbandonare la strada principale alla quale ci ricongiungiamo dopo una decina di minuti nel punto esatto in cui ci sono le indicazioni per raggiungere la cima dell’ Oramara. Qualche minuto di pausa e riprendiamo il cammino sino ad arrivare, dopo una nuova scorciatoia, sulla sella che conduce al monte Dego: qui fa la sua apparizione il monte Montarlone e Stefania propone di salire sulla sua cima, chissà quando avremo una nuova occasione.
A questo punto il sentiero si fa più stretto e fa un inversione di 180°, pochi minuti di cammino e si allarga nuovamente, attraversiamo una faggeta e finalmente arriviamo ai Prati di Foppiano, un piccolo rifugio e tanti tavoloni utilizzati dagli abitanti di Alpepiana in occasione delle loro feste.
Per inciso: sino ad ora nessun segnavia, stiamo viaggiando su interpoderali e non su sentieri più o meno ufficiali.
Ci fermiamo ai Prati il tempo per decidere se salire o meno sul Montarlone e ripartiamo.
Le guide sono Gianni e Adriano: adesso è il secondo davanti al gruppo. Una volta arrivati in un punto abbastanza scoperto della carrareccia che corre ai piedi del monte ci fermiamo nuovamente, due foto ricordo e cominciamo a salire verso la cima del monte, non c’è un sentiero vero e proprio, ma piuttosto una traccia che ci indirizza verso la vetta. Attraversiamo una piccola radura dalla quale si gode di una bella vista su parte della val d’Aveto e ci inoltriamo quindi nel bosco che copre l’ultimo tratto di percorso (continua)

Silenzi 2.0

Ritorno in paese a distanza di cinque giorni: ero andato via domenica sera quando la festa dedicata alla Madonna Addolorata era ormai giunta alla conclusione, una festa bella, dal sapore antico ed una notte del sabato inaspettata, con il suono della fisarmonica e i canti che si erano protratti sin quasi all’alba.
Come ogni ritorno, le sensazioni sono sempre particolari: di base ci sono la tristezza, la malinconia legata al senso di vuoto, di abbandono, quell’arrivare in paese con le tenebre che offuscano ormai il giorno, le temperature autunnali, i parcheggi alla fontana desolatamente vuoti, le luci spente e le persiane delle case chiuse, che resteranno chiuse sino a Capodanno o magari sino a Pasqua o molto più probabilmente ad agosto, già, tutti presi dalla vita di tutti i giorni, dai mille impegni, da questa vita che ti fa stare lontano da ciò che ami.
Mangio un boccone con i miei, poi mi reco in chiesa per il rosario, è l’ultimo saluto a Eugenio che ci ha lasciato giovedì, ha perso la sua battaglia, pur provando a non rinunciare alla sua vita, ma con certi mali è davvero difficile vincere. In chiesa siamo in diciotto, nove uomini, nove donne, il paese è tutto qui, se si pensa che ci sono sei villeggianti tra questi è ancora più triste.
Quando esco mi fermo qualche minuto in piazza, due parole poi resto solo ed è silenzio, un assordante silenzio, nessuna voce, nessun schiamazzo di bambino, nessun suono proveniente dalle stalle, neppure l’abbaiare nervoso dei caprioli. Solo silenzio e stelle che brillano in cielo.
Il mattino dopo mi dirigo a Coli: c’è l’annuale appuntamento alla grotta di San Michele dove nel 615 San Colombano trascorse in eremitaggio la quaresima. Ne scrissi tre anni fa quando spinto dalla curiosità partecipai alla celebrazione, quest’anno decido di tornarci vista la presenza del vescovo di Piacenza e l’avere fatto conoscenza con Don Coletto, ideatore della manifestazione e sopratutto responsabile dell’Archivio della diocesi di Bobbio che sto frequentando nei miei ritagli di tempo sabatali.
Non vi racconterò il viaggio, l’avere percorso il tratto che va da Ascona a Bobbio in 45′, l’attesa sulla piazza di Coli o la passeggiata che porta alla grotta. Semmai è più interessante l’avere fatto conoscenza con Gianni Ambrosio, vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio, la sua estrema semplicità ed umiltà e ancora più interessante è stato avere ascoltato la sua predica (si dice così?) in cui ha parlato ed esaltato il silenzio della grotta in cui si rifugiò Colombano, della necessità del silenzio in una società nella quale tutti urlano, nella quale siamo tutti connessi, ma tutti scollegati tra di noi, una società egoista nella quale prevalgono i sentimenti e gli interessi personali. Si, poche bellissime e profonde parole nelle quali non è obbligatorio essere credenti per rispecchiarvisi, poche parole che dovrebbero essere oggetto di riflessione in tutti noi.
Finita la funzione e l’incontro, abbandono la compagnia, mi piacerebbe restare, ma voglio godere del mio sabato di festa. Sul sentiero di ritorno un ragazzo presente alla celebrazione mi offre un passaggio sul suo quad ed in breve sono in piazza a Coli.
Una volta in paese decido di fare una scappata a Peli a visitare, per l’ennesima volta, il monumento dedicato ad Emilio Canzi, il capo partigiano a cui è dedicata una statua in bronzo di fronte alla chiesa di San Medardo.
Scatto qualche fotografia e resto in silenzio davanti a quel monumento, dedicato alle persone che contribuirono alla nostra libertà che è poi la stessa libertà concessa alle persone che oggi negano quel periodo storico o puntano il dito verso coloro che ci liberarono dagli oppressori.
Anche qui è silenzio ed in silenzio osservo le colline circostanti, i campi, i prati, quella campagna che presto sarà a riposo, il meritato riposo.
In silenzio penso che mi piacerebbe salire al passo di Santa Barbara e alla Sella dei Generali, ma penso anche che vorrei tornare ad Ascona e andare nel bosco nella vana ricerca di qualche esemplare di porcino e così sarà.
Il ritorno è decisamente più lento del viaggio di andata, forse perché non ho più fretta. Una volta in paese, mangio un boccone e mi fiondo nel bosco, nei silenzi del bosco.
Sono solo, si, solo, nessun rumore, di persone, di animali, solo, solo il rumore dei miei passi sulle foglie che ricoprono il terreno ed il cinquettio degli uccelli. Non trovo nulla, qualche fungo matto e nient’altro, ma non importa, quei minuti trascorsi in solitudine sono il regalo più grande, quel silenzio evocato dal vescovo Ambrosio è il momento più alto della mia giornata, un silenzio che fa bene al cuore, un silenzio che fa bene all’anima.

I silenzi di Ascona

Gita alla Ciapa Liscia

Primo giorno di ferie: cosa c’è di meglio di una bella escursione per rimettersi in moto e godere del proprio tempo?
E’ domenica sera quando mi metto d’accordo con Luca, un amico di Ricky. Domani potremmo salire sulla Ciapa Liscia e da li scendere alla Gera Grande dove altri amici di Torrio hanno organizzato una grigliata.
Ci diamo appuntamento alle otto e mezza a Torrio, alla Pedagna, il trivio che porta a Boschi, Santo o Ferriere.
Con Luca arriva anche Ricky con un sorriso largo così, è contento di poter esserci anche lui, un veloce caffè da Massimo e ci dirigiamo verso il passo del Crociglia dove lasciamo l’auto.
Il sentiero che prendiamo è il famoso 001 che dal passo del Mercatello porta al passo dello Zovallo. Lo percorriamo per il primo tratto, quello pianeggiante per poi deviare sul 197, pochi passi e ci ritroviamo sulla Rocca Marsa, sul suo strapiombante dirupo.
E’ una calda giornata di agosto e la visibilità è limitata dalla foschia, ma è pur sempre una vista fantastica: qui ero arrivato l’inverno di due anni fa con le ciaspole a fare un bellissimo scatto al muro innevato della Ciapa Liscia. Il tempo di un paio di fotografie e si riparte.
Da qualche anno hanno modificato il percorso eliminando i passaggi più esposti sostituendoli con dei tratti nella faggeta retrostante, questo non ha evitato che lo scorso inverno un escursionista scivolasse su di una lastra di ghiaccio nascosta dal fogliame e si fratturasse una gamba richiedendo così l’intervento dell’elicottero del Soccorso Alpino: questo problema oggi non si pone, il terreno è secco, quasi spaccato, si vede che sono settimane che non piove.
Una volta superato senza problemi il passaggio aereo che porta al tratto più ripido del giro, entriamo nel bosco per poi uscire sulla cima erbosa della Ciapa Liscia. Qui troviamo quattro escursionisti lombardi che ci avevano superato all’inizio del giro, diamo un occhiata alla sottostante val Nure e continuiamo l’escursione.
Dalla Ciapa Liscia al monte Roncalla è questione di pochi minuti, il sentiero corre in piano nella faggeta con alcuni brevi saliscendi: una volta sul Prato del Pero, come lo chiamano gli abitanti di Santo, ci fermiamo qualche minuto, una fotoricordo, un sorso d’acqua, uno sguardo al panorama, Ricky mi indica la cima dell’Antola e la casa del Romano, si vedono Alfeo e Lesima, si fatica a vedere il mare.
Finita la sosta, ci dirigiamo verso le cime del Groppo Rosso: anche qui qualche minuto di sosta e nuove fotografie, si, fa caldo, ma è fantastico essere qui, non saranno le Alpi, sono i più modesti Appennini, ma sono comunque bellissimi.
Ripartiamo, lungo il sentiero di discesa incrociamo altri escursionisti, faticano a salutare, come è brutto portarsi le abitudini cittadine su di qua.
Arriviamo quindi alla Valle Tribolata, a mio giudizio il posto più bello tra quelli della val d’Aveto, un luogo magico, unico: transitiamo velocemente, ma qualche scatto lo faccio ugualmente.
Una volta sul sentiero in discesa, nel bosco cominciamo a raccogliere legna per il fuoco ed in pochi minuti arriviamo alla Gera Grande, siamo i primi.
Prima di accendere il fuoco, mangiamo un pezzo di focaccia della Delia e un bicchiere di Merlot Vitali, in certe occasioni bisogna trattarsi bene.
Dopo qualche minuto di attesa arrivano i figli di Sylvie e a seguire il resto del gruppo, siamo una quindicina, mica pochi.
Vi eviterò il racconto del barbecue: spiedini, salsicce, bistecche e formaggio alla piastra, purtroppo solo tre bottiglie di vino, l’acqua direttamente alla fonte poco lontana che sgorga ai piedi della Ciapa Liscia.
Il pomeriggio passa in fretta, come tutte le cose piacevoli, poi bisogna ritornare, come sempre.
Percorriamo un tratto di sentiero non segnato per arrivare alla Rinazza e ricongiungerci con il 107 che porta a Torrio, poi è solo cammino, basta foto, solo qualche risata, ma nel ritorno non c’è mai gioia, solo il ricordo di ciò che è stato, che abbiamo vissuto.

Valtellina

Un livido sole in cielo,
uccelli che spaziavano lontano,
sirene che rompevano l’aria.
Mi svegliai così,
non c’era più nulla,
solo distese di acqua,
solo distese di fango
che rubavano il suolo a prati e case.
Tornai a dormire
sperando fosse un sogno,
ma le grida della gente
mi riportarono in strada.
Nuove nuvole all’orizzonte,
la morte del sole.
Guardavo la gente intorno a me,
non vedevo lacrime,
solo occhi gonfi di rabbia,
solo braccia intente a scavare.
Mi sedetti a guardare
la, dove l’acqua non era padrona,
guardavo,
le creste delle onde del fiume,
ciò che la natura portava con sé,
il pallone di un bimbo,
le braccia di una bambola
protese a chiedere l’ultimo aiuto
a chi aiuto andava cercando,
lembi di vestiti che solcavano le nere acque
di un cane rabbioso.
Alzai gli occhi al cielo
mentre l’acqua cadeva copiosa,
scendeva dai monti verso valle,
più impetuosa e cinica da terra verso il cielo.
Impotente restavo a guardare,
impotente guardavo la rabbia della natura,
la sua collera.
Bigotti parlavo di castigo di Dio,
io pregai non so quale dio
mentre tutto intorno a me era distruzione
mentre spariva la mia valle,
ma non spariva la mia gente,
la speranza,
la voglia di rinascere
anche se la pioggia cadeva.

scritta a Bellagio nell’agosto 1987

Pensieri di fine agosto

Domenica mattina di fine agosto: molti villeggianti sono partiti la scorsa settimana, qualcuno ieri, altri, come me, partiranno questa sera.
E’ stata una bellissima, ultima, settimana di ferie: in paese c’erano ancora molte persone, ma senza quel rumore, quella frenesia, quella cazzo di atmosfera che è un misto tra il villaggio vacanze e la città.
Ho fatto le mie escursioni, ho fatto gli ultimi lavori, mi sono goduto le ultime sere in paese, sui gradini della chiesa, come un tempo, in compagnia degli amici, anche se qualcuno è già partito. Da stasera sarà tutto diverso, stasera tornerò alla noia cittadina, alla routine.
In questa calda domenica di fine agosto mi ritrovo a girovagare per il paese, molte persiane sono ancora aperte, nell’aria rumori soffusi di televisori e radio, da qualche finestra si sprigiona odore di cibo, nessun bambino per le vie, nessuno adulto per le vie. Vedo solo Marietto, seduto sul poggiolo a prendere il fresco, è invecchiato, è finito il tempo dei funghi quando lo trovavi nel bosco ed un secondo dopo era già sparito per fare perdere le tracce, è il tempo, inclemente, che passa, per tutti, nessuno escluso.
Oggi è il giorno del Maggiorasca, della festa al monte, la festa di Santo Stefano d’Aveto, per me la festa al monte è quella del Crociglia, ma devo ammettere che entrambe mantengono quel sapore di antico che le rende speciali. Sono saliti in molti dal paese, è questo il motivo per cui non c’è quasi nessuno in giro, io no, non volevo sbattimenti, cercavo solo noia e riposo e godere per un giorno ancora di Ascona.
Così cammino, cammino per le vie assolate, dove c’è ombra c’è comunque caldo, guardo ogni casa, ogni terrazzo, ogni finestra: qui abita Tizio, qui abitava il tale, qui giocavo a soldatini, qui giocavamo a pallone, ogni angolo è un ricordo, di persone, cose, oggetti, di momenti lontani e vicini, comunque unici.
Faccio il giro del paese, arrivo sino alla Fontana Vecchia, poi al baraccone e sono altri ricordi, lontani, lontanissimi, di quando portavo i pantaloncini corti e giocavo con gli amici nei barchi colmi di fieno e lungo la strada c’erano i covoni di grano in attesa che arrivasse la trebbiatrice. Anche quello era un segno che l’estate volgeva al termine e nell’aria c’era la stessa malinconia, la stessa tristezza nel lasciare quel luogo incantato che risponde al nome di Ascona, la stessa sensazione che provano oggi i bambini o i ragazzi, che provo io. Questa sera sarò nuovamente a casa, in città, a rimpiangere questi giorni, questo silenzio, questa noia, forse anche il caos di ferragosto perchè ogni momento, ogni ricordo mi riporterà ad Ascona.

Mezzogiorno ad Ascona

E il tempo vola

Era l’estate del 2012, cinque estati fa oramai, vola davvero il tempo, accidenti se vola.
L’estate precedente era stata un estate drammatica, vicende personali dure, durissime, ai limiti della devastazione.
Con l’inizio dell’autunno 2011 era nata la mia passione per le escursioni, una sorta di autoterapia, allo scoccare dei cinquanta, strano vero? Sino ad allora le mie gite erano sul Penna e ad esagerare al lago Nero, si, un po triste, lo ammetto.
Poi venne il Carevolo, per assurdo la madre di tutte le escursioni, prima il tentativo nella neve, poi quel magico pomeriggio di ottobre: come scrivo spesso altri giorni, altre storie.
Dicevamo: era l’estate del 2012. Libero, free as a bird come cantavano i Fab Four, iniziai il mio vagare tra le valli.
Prato Grande, il lago Bino, le cascate del Lardana ed il Lago Moo furono le mie scoperte in solitaria in quel lontano mese di luglio, nei primi tre giorni di vacanza ad agosto in sequenza salii, in compagnia di Adriano, sul Ragola, poi con Giampiero tornai a Prato Mollo a distanza di ventidue anni da un drammatico Capodanno che prima o poi dovrò raccontare ed il giorno successivo con Sylvie e altri amici di Torrio fu la volta della Gera Grande dove ero stato negli anni settanta e nell’estate del Duemila in una gita dai toni quasi grotteschi con Barbara e Stefania, cacchio, vola davvero il tempo.
Arriviamo quindi a martedì, il sette agosto per la precisione, quarto giorno di vacanza o se volete il secondo, visto che sabato e domenica non contano, dovevo fare qualcosa, scoprire qualcosa di nuovo, la mia personale macchina delle escursioni era in moto.
Avevo letto del monte Cifalco o Gifarco, dorsale tra val d’Aveto e val Trebbia, mi incuriosiva, sopratutto per un particolare che si trova sulla sua cima.
Proposi il giro ad Adriano che nel frattempo aveva recuperato le fatiche del Ragola e che accettò la proposta, si può fare.
Fissiamo l’appuntamento al bivio in fondo ai Torrini. Il tempo di lasciare la sua auto e pronti, partenza, via, con la mia Grande Punto ci dirigiamo verso il passo del Fregarolo: anche qui tanti ricordi, il rally di Sanremo in compagnia di Sonia, le sere ormai remote quando negli anni ottanta con gli amici di Villanoce andavamo a Fontanigorda a ballare, rispetto a Santo che era già un posto vivace sembrava di essere a Rimini, si, il tempo vola.
Una volta posteggiata l’auto sul passo, seguiamo le indicazioni scaricate da uno dei tanti siti di escursionismo, non chiedetemi quale, non mi ricorderei.
Ricordo perfettamente che il sentiero comincia in leggera salita per poi proseguire in un alternanza di saliscendi, dapprima è una carrareccia per poi restringersi e assumere le sembianze di un vero sentiero di montagna, la maggior parte del percorso sul lato avetano con vista sul Ghiffi e sul Bocco sino ad arrivare con lo sguardo sulla Ciapa Liscia e sul Crociglia, molti tratti all’ombra del bosco.
Una volta superato il passo del Fante in breve arriviamo ai piedi del Cifalco o Gifarco.
Leggiamo e rileggiamo le indicazioni, proviamo a salire dal lato che abbiamo di fronte, ma nessun varco, poi leggendo con attenzione scopriamo che dobbiamo proseguire, aggirare il montarozzo e prendere il sentiero alle spalle dello stesso: detto, fatto, dopo aver superato un passaggio alquanto stretto, ultimo ostacolo per la vetta, in cinque minuti siamo sulla cima.
La particolarità di questo panettoncino è quello di una spada conficcata nella roccia con tanto di riferimento a San Galgano, divertente imitazione della spada presente nella famosa abbazia in Toscana.
Una volta in cima. Adriano ne approfitta per riposare e prendere un po di sole, io per studiare il territorio e fare qualche scatto con la mia cara Pentax KX.
Ricordo che era una giornata calda e la visibilità era limitata da un po foschia, ma come ogni nuova esperienza c’era il piacere della scoperta, dell’avventura, della novità.
Poi ci fu il ritorno e quando si ripercorre la medesima via non c’è molto da raccontare, ecco, mi ricordo che non incontrammo nessuno, ne all’andata, ne al ritorno, ricordo invece una birra fresca in quel di Cabanne e nei giorni a seguire altre gite, altri giorni, nuove storie e il tempo vola.

Cinquantuno settimane fa

Cinquantuno settimane fa, era un sabato mattina di inizio agosto, il primo giorno di ferie, anche se sabato e domenica non si dovrebbero contare.
Come mia abitudine volevo cominciare le vacanze con una escursione e già nei giorni precedenti avevo programmato il ritorno al lago Moo, a distanza di due anni dalla mia ultima visita.
Ricordo che il campanile del paese batteva le otto quando lasciai il paese.
Una volta arrivato sul passo dello Zovallo mi fermai per riempire la borraccia, l’acqua di quella fonte è fantastica, seconda solo a quella della fontana sullo sterrato che porta dallo Zovallo a Prato Grande.
Erano le otto e venticinque e fu allora che mi arrivo un messaggio, era di Adriano: diceva che il padre era volato via, che era andato in un un posto migliore.
Cazzo, chi se lo aspettava? sembrava che l’operazione fosse andata bene. Lo chiamai immediatamente per fargli le mie condoglianze e provare a rincuorarlo, parlammo un po, mi disse che era mancato un paio di ore prima, si, proprio una brutta botta.
Risalii in auto e mi diressi verso Canadello, con il morale basso, a terra, ma a questo punto ero in ballo e non avrei offeso nessuno facendo la mia escursione, sicuramente mi sarei distratto.
Posteggiai l’auto all’ingresso del paese, cambio di calzature e via, verso il bacino paludoso sulle alture di Ferriere.
Dopo poche centinaia di metri superai tre allegri pensionati, saluti di rito e avanti per la mia strada.
Dopo la prima scorciatoia, nell’ombra del bosco mi giunse un nuovo messaggio, questa volta di Sylvie: diceva che suo padre Pinin era mancato pochi minuti prima.
Fu come se il mondo mi fosse crollato addosso, non ci credevo, i genitori di due delle persone a me più care che venivano a mancare a distanza di poche ore uno dall’altro.
Mi fermai, annichilito, basito, le lacrime agli occhi: se il padre di Adriano lo conoscevo a malapena, Pinin era una delle persone che più stimavo in quel di Torrio, usando un termine abusato potrei definirlo un mito.
Restai qualche attimo in preda alla confusione poi tornai sui miei passi, verso l’auto, non ce la facevo a proseguire, no, non ce la facevo proprio, rincontrai i tre pensionati che mi chiesero perchè tornavo indietro, glielo spiegai velocemente e corsi via, verso la macchina, verso Torrio, a chiedere, a cercare spiegazioni, che non esistono, è solo una tragica stupida ruota che gira.
Cinquantuno settimane dopo. Non sono ancora in ferie, mancano ancora cinque giorni di lavoro, ma è ancora un sabato mattina, questa volta di fine luglio.
Ho voglia di fare due passi, due foto. Dopo quel tragico mattino non sono più tornato su quello stradone, verso quel misero e, nel suo piccolo, affascinante lago.
Riparto, solito rituale della borraccia allo Zovallo, supero Selva, Colla, Valle, Rompeggio, solito posteggio alle porte di Canadello.
Imbocco lo stradone verso il lago, hanno spostato la sbarra che è comunque aperta, poi è terra, è ghiaia. Scende un fuoristrada, prendo la prima scorciatoia, poi la seconda, quindi percorro la lunga strada che porta al lago, fa caldo, c’è poca ombra e i miei pensieri non sono positivi, non sono felici, forse non sono e basta.
Dopo la terza scorciatoia ci siamo quasi, poi ci siamo davvero.
Sul grande pianoro che si apre dinanzi a me c’è una mandria di mucche che pascola beatamente e sciami di mosche che mi ronzano attorno, io mi dirigo verso il punto dove arriva il sentiero da Rocca, c’è una bellissima pozza d’acqua dove solitamente ci sono delle ninfee.
Arrivo al piccolo stagno e vedo che la mano dell’uomo ha modificato tutto, vorrei scrivere uno scempio e non sbaglierei, con una ruspa hanno spianato il terreno per fare passare dei mezzi e hanno ristretto il piccolo stagno, magari avranno sistemato i danni dell’alluvione del 2015, non lo so, ma non mi piace.
Faccio due foto due poi attraverso il lago (per modo di dire), arrivo al grande stand della Festainquota e noto i danni dell’alluvione del settembre 2015, la natura non aveva scherzato neppure qua.
Prendo il sentiero che porta al lago Bino, so che le ninfee sono in fiore, potrebbe essere una buona occasione per fotografarle, ma è tardi, fa caldo e non sono in forma. Una volta sullo sterrato finale mi fermo, provo a fotografare un aquila che vola sulla mia testa, ma non è davvero giornata. Torno indietro, dopo sei chilometri di cammino, va bene lo stesso, ogni tanto bisogna anche saper perdere o abbandonare in tempo. Quando sono alle porte di Canadello incrocio quattro tipi in trial senza alcuna targa, poi quattro cavalieri, tre uomini e una donna, li saluto per primo, come abitudine.
Mi chiedono da dove vengo e una volta che ho risposto, la donna urla il mio nome “Silvano sei tu, sono la Maura!” Cribbio, fantasmi dal passato, una persona che frequentavo in un altra vita, saranno passati almeno venticinque anni da quando si frequentava la stessa compagnia e lei mi ha riconosciuto. Già, è strana la vita, non ci si incontra a Genova e ci si  incontra su di un sentiero polveroso a Canadello, Ferriere, Piacenza, comunque mondo!

Un passo dopo l’altro

Domenica di inizio luglio: i temporali in settimana hanno abbattuto le temperature in maniera drastica, adesso è tutto un altro dormire.
Il paese è il solito affascinante deserto, poche anime, pochi villeggianti, tutti lo amano, ma non viene mai nessuno, il circolo perennemente chiuso. Punto.
L’ingombrante presenza del gruppo elettrogeno è ancora li, col suo fastidioso rumore, quante settimane sono passate ormai? Quattro, cinque? Il lavoro è finito, ma il gruppo rimane, misteri.
Ieri ho dato buca a Giorgio per salire all’annuale appuntamento ai Prati di Foppiano, peccato, il pollo alla piastra che fanno gli amici di Alpepiana è una vera squisitezza, oggi vorrei recuperare del sabato d’ozio, devo fare qualcosa, vedere qualcosa, fotografare qualcosa.
E’ una bellissima domenica di sole anche se intorno alle otto sul monte di Mezzo fanno capolino cupe nuvole provenienti da nord ovest.
Mi dirigo verso Santo e una volta a Pievetta mi appare il Maggiorasca, non ci sono ancora salito quest’anno, malgrado le nuvole sarà la meta della mia escursione.
Posteggio a Rocca, come abitudine, parcheggio superiore: c’è solo la mia auto ed un signore con un cane dall’aspetto feroce intento ai bisogni mattutini.
Cambio maglia e sono pronto, un bastoncino, lo zaino della macchina fotografica, una bottiglietta vuota per l’acqua e via.
Credo che l’inizio di questo sentiero sia quello che amo meno in assoluto tra tutti quelli che ho percorso, una dura salita in cemento e pietra, orribile, scriverei quasi senza senso, fastidiosa a salire e peggio ancora a scendere, ma c’è e non posso farci nulla.
Salgo lentamente, piano piano sto imparando, un passo dopo l’altro, verso la cima.
Nel bosco come al solito mi immergo in un altra dimensione, dimentico i casini, i problemi, si, solo pensieri felici, davvero un altro pianeta mentale.
In meno di mezzora sono in cima alla prima salita, prima del Prato della Cipolla supero una decina di escursionisti impegnati a decidere quale sentiero seguire, il rifugio è ancora chiuso anzi no, stanno arrivando le signore che mi danno il buongiorno, io proseguo verso la pista rossa che porta alla sella tra il Bue ed il Maggiorasca, questa si che è tosta. Sopra la mia testa una lunga sequela di nuvole, a pecorelle, ma per una volta il proverbio verrà smentito, oggi non pioverà, malgrado il cielo.
Sulla sella mi fermo a rifiatare qualche attimo poi riparto, in cinque minuti sono ai piedi della statua della Madonna di Guadalupe, penso che è dallo scorso agosto che non salgo qui, ma non è vero, vi ero tornato con Giampiero ad ottobre, da un altra via, dal sentiero che parte dal Tomarlo.
Ai piedi della statua ci sono due gitanti, marito e moglie, lui con reflex al collo continua a fare un infinità di scatti, in piedi, in ginocchio, sdraiato. La convivenza dura pochi minuti, poi spostano il loro set fotografico poco lontano, li supererò più tardi sulla salita del Bue.
La mia sosta dura una decina di minuti, non c’è una grande profondità nel panorama, per intenderci non si vede il mare, ma il Monte Rosa si, tra una nuvola e l’altra: quando arrivano altri due gitanti lascio la vetta io.
In meno di un quarto d’ora sono in cima al monte Bue: ai piedi della croce c’è una coppia, direi di miei coetanei. Mi chiedono se quello a destra è il Maggiorasca. Alla mia risposta iniziamo a fare due chiacchiere. Vengono da Cremona, lui in valle ci veniva da bambino, la valle è sempre bella, dice che qui è come se il tempo si fosse fermato, come nell’albergo dove hanno dormito, arredi anni sessanta, hanno fatto anche delle foto in bianconero per dare un tocco al loro soggiorno, a fare colazione erano in quattro con quattro camerieri ed un sacco di cameriere a fare pulizia nei corridoi e nelle camere. Wow, mica male.
La nostra conversazione dura qualche minuto poi ci salutiamo.
Scendo verso la Cipolla, faccio un salto alla panchina tanto cara ad un caro amico e poi sono al Prato, adesso ci sono sette otto persone, una decina le incontrerò nello scendere verso Rocca, non saranno tantissime, ma sono un segnale che almeno i sentieri dei nostri monti sono vivi, non i nostri paesi, quelli hanno un altro destino, ma sono altri discorsi, triti e ritriti, che non portano a nulla. Purtroppo.

Anello dell’Aiona, pt 2

Supero il sentiero che sale da Villanoce ed in breve arrivo al canalone del torrente Rezzoaglio, qui il sentiero è un po abbandonato, si notano tracce di pneumatici, forse moto da trial, un piccolo smottamento, ma è uno spettacolo, sembra di essere nelle Alpi tanta è la bellezza del luogo, peccato che la luce del mattino non sia la migliore per fare delle foto. Mi fermo comunque a fare un paio di scatti e riparto, un altro piccolo smottamento sul sentiero, un primo ruscello, un secondo ruscello e mi rituffo nel bosco.
Ricordo il sentiero chiaramente, l’ho percorso poco più di un mese, ci sono due punti panoramici che mi ha fatto vedere Gianluca, ma il tempo è tiranno e proseguo.
Dopo sette chilometri sono alle Baracche, evito il sentiero che sulla sinistra porta al passo di Pre di Lame, do un occhiata ad un pannello con la carta dei sentieri, evito il sentiero che di fronte a me scende a Magnasco e svolto a sinistra. Dopo aver superato due piccoli e pittoreschi ponticelli in legno arrivo ad un bivio che sulla destra porta al Re della Foresta, pochi minuti e arrivo in una radura dove fanno bella figura due gigantesche piante di faggio, una, il Re appunto, ha un circonferenza di tre metri per oltre venticinque metri di altezza. Due scatti e riparto, ripreso il sentiero principale arrivo al bivio che mi porterà al passo di Pre di Lame e da li sulla vetta dell’Aiona, un minuto di cammino e lo smartphone mi dice che ho percorso otto chilometri, altezza e tempo non li ricordo, la media sicuramente non è più quella dei primi tre chilometri, ma è ottima.
Adesso il sentiero è in salita, pulito, nel bosco, nessun punto panoramico, bosco, bosco e silenzio, tanto silenzio.
Poi finisce anche la salita, arrivo ad una sella e svolto a sinistra, in piano e poi in discesa, qualche centinaio di metri e mi trovo davanti cinque cavalli a spasso nella radura, sono al passo di Pre di Lame, la presenza degli equini fa si che non faccia alcuna sosta ne foto e prosegua.
Il sentiero adesso riprende a salire, per un tratto segue il corso di un ruscello, c’è da dire che è segnato alla perfezione, dall’ultimo bivio tra i simboli c’è anche quello dell’Alta Via dei Monti Liguri. Finalmente finisce anche il bosco, sono all’aperto, c’è un sole spettacolare, l’aria è tiepida e la vista è splendida, si intravede Sestri e mano mano che salgo si inizia a vedere il lago di Giacopiane. Eccomi qua, per l’ennesima volta sull’Aiona, anche se per un altra via, ma le sensazioni sono sempre fantastiche. In breve arrivo sulla cima del monte, lo smartphone annuncia trionfale che ho percorso undici chilometri, appoggio lo zaino, bevo un sorso d’acqua e mi gira la testa, mi sento mancare, cazzo, vedi le variabili a girare da solo. Mi siedo, prendo fiato, qualche attimo e mi riprendo, l’ho detto che dovevo portarmi qualche cosa da mettere sotto ai denti, ma non l’ho fatto.
Cosa dire? Nulla, resto seduto su di una roccia a godermi la vista sulla valle, è fantastica anche se c’è un po di foschia, avrei voluto portare il Sigma 150-500 per fare qualche scatto a lunga gittata, ma va bene così, i pochi scatti che faccio mi soddisfano.
Viene il momento di ripartire. Inizio a scendere sui pendii del monte, sull’ampia sella ai piedi della vetta ci sono due cavalli ed una mandria di mucche che pascolano tranquille, cinque minuti e sono al passo della Spingarda. Adesso potrei chiudere gli occhi e come uno sciatore od un pilota di MotoGp ripassare il percorso tanto lo conosco a memoria, i Prati di Montenero, il residuo glaciale, la salita, i prati umidi alle pendici del Cantomoro, la discesa nel bosco, i due punti in cui il sentiero si confonde con il ruscello, la prima lapide, il passaggio scomodo tra le roccette e la discesa verso il passo dell’Incisa, poi è finito l’anello, sono alla macchina. Non sono ancora le dodici e mezza, oltre quindici chilometri e mezzo percorsi, sei persone incrociate e tutte nel tratto finale, sono numeri, solo numeri, la bellezza resta negli occhi, come sempre, come ogni volta.